201707.03
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Contratto di Distribuzione: quando la mancata dicitura “distributore autorizzato” determina una condotta confusoria e decettiva

Recentemente la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Milano si è espressa con la sentenza n. 3879/17, pubblicata il 5 aprile 2017, in un caso di presunta attività confusoria e decettiva di un distributore che aveva occasionalmente omesso di utilizzare nelle comunicazioni con i clienti finali la dicitura “distributore autorizzato (…)”, in violazione, a dire del fornitore, di obblighi contrattuali specificamente assunti.

Il caso appare interessante in quanto, come noto, il contratto di distribuzione è uno degli strumenti giuridici maggiormente utilizzati dagli imprenditori per affermarsi in un mercato, solitamente nuovo, diminuendo i costi dell’investimento e mettendo a frutto l’esperienza e la tecnica elaborate nel tempo, talché la tutela del nome dell’imprenditore, sia esso un marchio di fatto o registrato, è questione di grande rilevanza.

Non vi è chi non veda il potenziale pregiudizio, soprattutto in un mercato in espansione, che subisce il fornitore qualora non venga chiaramente speso il suo nome, con conseguente relativo danno di immagine e confusione per il cliente finale, il quale potrebbe, nella peggiore delle ipotesi, arrivare a ritenere che il business sia di esclusiva proprietà del distributore: un rischio che certamente molti imprenditori non vogliono correre.

Per questo motivo è usuale leggere nei contratti di distribuzione un’obbligazione ad hoc, volta a vincolare il distributore, affinché promuova in modo visibile il nome del produttore tramite, appunto, la dicitura “distributore autorizzato (…)”.

Detta soluzione sembrerebbe prima facie risolutiva, tuttavia il Tribunale di Milano propone, all’interno di un provvedimento ben più articolato e complesso, un’applicazione della clausola contrattuale restrittiva, considerando inadempimento grave del distributore solo la sistematica omissione della dicitura in questione, in conformità al principio di conservazione del contratto.

Parimenti dicasi rispetto la violazione dei relativi obblighi di fair play, che nel caso di specie la Corte ha ritenuto non sussistente, non essendo stata fornita la prova del nesso causale.

In extrema ratio si può ben dedurre che la mancata previsione di una clausola risolutiva espressa ha lasciato margine al Giudice di poter valutare liberamente le circostanze di causa, sia sotto il profilo della gravità dell’inadempimento, che sotto il profilo del nesso causale, rimanendo interamente a carico del fornitore l’onere della prova.

La soluzione più semplice ed efficace per garantire il fornitore sarà, quindi, prevedere nel contratto una clausola di salvaguardia, volta a chiarire in modo inequivocabile che qualsiasi inadempimento – i.e. omissione dell’obbligo di utilizzare la menzione “distributore autorizzato (…)” – integri un’ipotesi di risoluzione espressa ex art. 1456 c.c., al fine di sottrarre al giudice la valutazione della gravità dell’inadempimento.

Dopodiché sarebbe opportuno integrare tale obbligo con la previsione di una penale a carico della parte inadempiente, salvo il diritto al maggior risarcimento del danno.

Dott. Luca Granzarolo – Junior Associate

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