201707.18
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Quando la violazione di norme di natura pubblicistica integra un illecito concorrenziale: breve analisi della giurisprudenza delle corti di merito sul caso Uber

Le recenti pronunce dei tribunali italiani sul caso Uber hanno, da un lato, confermato quello che già da tempo sembrava essere l’orientamento prevalente della giurisprudenza in materia di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 n. 3 c.c.; da un altro, ne hanno ridefinito i limiti in un’ottica pro-concorrenziale.

In effetti, se l’orientamento della giurisprudenza antecedente al caso Uber, si rifaceva direttamente a quanto statuito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 8012/20014, in forza della quale il Giudicante si limitava a far coincidere la presenza di un illecito concorrenziale con la mera violazione di norme pubblicistiche; le Corti di Merito con il Caso Uber hanno imposto una valutazione più approfondita delle circostanze di causa, non limitata all’accertamento della violazione di legge, ma allargata all’analisi del contesto di mercato, dello scopo della norma violata e della sua incidenza nella dinamica concorrenziale.

Sotto questo profilo, nonostante l’ultimissima ordinanza del Tribunale di Roma del 27 maggio scorso abbia concesso ad Uber, almeno per ora, di continuare a prestare il servizio Uber Black, questa pronuncia, unitamente alla sentenza del Tribunale di Torino n. 1553/2017 dello scorso marzo, si è posta in continuità rispetto a quanto precedentemente stabilito dal Tribunale di Milano, limitatamente alla variante UberPop, mantenendo una linea il più possibile garantista della disciplina concorrenziale.

Già nel 2015 (ordinanze del 25 maggio e 9 luglio) i giudici meneghini, con riferimento alla variante UberPop – assimilabile al tradizionale servizio radiotaxi -, avevano stabilito che la violazione di norme pubblicistiche non è di per sé sufficiente ad integrare la fattispecie di concorrenza sleale a norma dell’art. 2598 n. 3 c.c., salvo che essa non sia causa diretta della diminuzione dell’altrui avviamento, ovvero abbia prodotto il vantaggio concorrenziale che non si sarebbe avuto se la norma fosse stata osservata.

In questo filone si è inserito il Tribunale di Torino che ha inteso puntare l’attenzione sul vantaggio indebito, pertanto concorrenzialmente illecito, che è derivato dal risparmio di costi di cui la società ha potuto godere, quale conseguenza del mancato rispetto delle regole di funzionamento del settore.

Ad opinione del Giudicante, infatti, la condotta contraria alla legge, posta in essere in spregio dei requisiti e dei costi cui gli operatori concorrenti sono dovuti sottostare, ha permesso ad Uber di applicare tariffe estremamente più vantaggiose, idonee a sviare le scelte dei consumatori e ledere l’interesse degli operatori concorrenti, i quali non avrebbero potuto competere efficacemente se non sottraendosi, a loro volta, alla legge.

Alle medesime conclusioni giunge la sezione specializzata in materia di impresa romana (ordinanza del 26 maggio 2017), la quale sulla base di identici criteri, ha ritenuto non lesivo delle norme a tutela della concorrenza il servizio Uber Black, assimilabile al noleggio con conducente, il quale, come noto, presuppone per il suo esercizio l’acquisizione di determinate autorizzazioni amministrative.

Ebbene, in questo caso il Tribunale ha valutato che il servizio Uber Black non determinerebbe un significativo disequilibrio nel mercato di riferimento, a fronte della sospensione di quelle norme pubblicistiche che le associazioni di categoria hanno inteso tutelare con le loro azioni giudiziarie.

Evidentemente la vicenda non può dirsi conclusa, a causa dell’assenza di una normativa che regolamenti i differenti servizi in questo settore, sempre più affollato, e stante la natura cautelare dell’ordinanza del Tribunale romano, talché non ci resta che attendere cosa deciderà la Corte nel successivo giudizio di merito, in quello che potremmo chiamare il prossimo capitolo del caso Uber.

Dott.ssa Sara Pasini – Junior Associate

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