201707.26
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Punitive Damages: le Sezioni Unite riconoscono “la non incompatibilità” con l’ordinamento italiano

Sino alla recentissima sentenza 16601 del 5 luglio 2017 delle Sezioni Unite, l’istituto della responsabilità civile è stato tradizionalmente ancorato alla sola funzione compensativo – riparatoria, come dimostrato da un orientamento giurisprudenziale che, a partire dal “leading case” n. 1138/07 della Corte di Cassazione, ha riconosciuto l’estraneità dei punitive damages dal risarcimento del danno da illecito contrattuale, in forza del carattere “monofunzionale della responsabilità civile, avente la sola funzione di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto leso”.

Si sanciva, così l’incomunicabilità, propria dell’ordinamento Italiano, fra diritto civile e diritto penale.

Nei sistemi di Common Law, invece, nei quali i due ambiti del “tort” e del “crime” sono reciprocamente permeabili,  la risarcibilità dei punitive damages anche in ambiti “civilistici” è tendenzialmente ammessa, seppur non uniformemente accolta in dottrina. In effetti, negli ultimi anni si è sviluppato un orientamento dottrinale che ha rilevato come l’abuso dell’istituto perpetuato dalle Corti Statunitensi a partire dagli anni ’70, in particolare in materia di responsabilità del produttore, abbia “determinato risultati di sovracompensazione, con danni all’industria e al sistema assicurativo americano”. Si è inoltre severamente criticata l’indeterminatezza dell’istituto nella definizione dell’ammontare delle condanne, i cui effetti negativi sono senza dubbio acuiti dalla mancanza delle garanzie proprie del processo penale.

Un esempio di condanna risarcitoria fortemente punitiva è quello delle sentenze emesse da alcune corti dello Stato della Florida – oggetto di esame da parte della Corte d’Appello di Venezia in sede di exequatur, prima, e successivamente della Corte di Cassazione- all’esito delle quali una società trevigiana si è vista condannata per un risarcimento danni milionario, a dire del debitore, anche a titolo di punitive damages.

Nella sentenza 16601 del 5 luglio 2017, le Sezioni Unite, investite della questione, hanno sul punto confermato quanto già deciso dalla Corte d’Appello di Venezia e cioè che non v’era “alcun modo per ipotizzare il carattere punitivo della condanna pronunciata, carattere che comunque non si può presumere sol perché manchi nella […]transazione recepita dal giudice americano una chiara distinzione delle componenti del danno”.  Il ricorso è stato, quindi, ritenuto inammissibile, ma ha dato occasione agli ermellini per pronunciarsi sulla questione dei danni puntivi, stante l’esteso dibattito dottrinale che già da tempo sollecitava un intervento giurisprudenziale sul tema.

Le Suprema Corte ha così riesaminato l’orientamento tradizionale, discostandosene in parte, in funzione della “traiettoria percorsa dall’istituto della responsabilità civile negli ultimi anni”:  l’iter logico dei giudici è particolarmente interessante, nella misura in cui si ravvisa, accanto alla preponderante e primaria funzione compensativo – risarcitoria di detto istituto, la sua natura “polifunzionale”, che si proietta principalmente verso le funzioni preventivo-deterrente e sanzionatorio – punitiva.

In effetti, il panorama normativo italiano conosce dei casi in cui il legislatore ha fatto ricorso all’istituto della responsabilità civile “per dare risposta a bisogni emergenti”, diversi dalla funzione compensativa, come nel caso di brevetto e marchio (d.lgs. 30/2005, artt. 124 e 13), di inadempienze agli obblighi di affidamento della prole (l. 54/2006) e dell’art. 614 bis c.p.c.

Già da qualche anno, poi, le Sezioni Unite, in tema di responsabilità degli amministratori (9100/2015), sostengono che  “postulare che l’amministratore debba rispondere dello sbilancio patrimoniale della società sol perchè non ha correttamente adempiuto l’obbligo di conservazione delle scritture contabili ed ha reso perciò più arduo il compito ricostruttivo del curatore fallimentare equivale […] ad attribuire al risarcimento del danno così identificato una funzione palesemente sanzionatoria” e che “ciò potrebbe oggi forse non apparire più così incompatibile con i principi generali del nostro ordinamento, come una volta si riteneva, giacché negli ultimi decenni sono state qua e là introdotte disposizioni volte a dare un connotato lato sensu sanzionatorio al risarcimento […]”.

Ora come allora, le Sezioni Unite hanno però precisato che i c.d. “danni punitivi” non sono ammessi nel nostro ordinamento al di fuori dei casi in cui una norma di legge espressamente lo preveda, secondo il principio per cui nessuno può essere condannato, né è possibile chiedere prestazioni personali e patrimoniali, se non in forza di una espressa previsione normativa esistente al momento del verificarsi del fatto (articoli 23 Cost. , 25 comma 2 Cost. e 7 CEDU).

La Corte ha quindi concluso che l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi “non [è] ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano”, nel quale “alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.”

E’ bene precisare che la Suprema Corte non ha di certo riconosciuto la generale ammissibilità nel nostro ordinamento della funzione sanzionatoria del risarcimento civile, essendo difatti impossibile ignorare il principio, adottato dalla Costituzione Italiana e dalla CEDU, di tipicità delle prestazioni personali e patrimoniali. Una sentenza straniera che condanni anche ai danni punitivi può, infatti, essere riconosciuta nel nostro ordinamento solo qualora essa sia “resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di deliberazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico.

Non può tuttavia disconoscersi la portata innovativa della sentenza in esame che, nel riconoscere la “non incompatibilità”, (più che la “compatibilità”), dell’istituto dei danni punitivi con l’ordinamento italiano, ha quantomeno dato una scossa alle rigide ripartizioni ontologiche tipiche dello stesso. Queste ultime, seppur spesso poste a garanzia di diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino, si scontrano oggi, inevitabilmente, con le esigenze proprie di un ordinamento sempre più complesso e sempre più aperto a contatti con ordinamenti diversi.

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 07-02-2017) 05-07-2017, n. 16601

Gaia Lentini – LL.M. graduate

Trainee Law & Co. studio legale associato


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